Le leggi biodegradabili

[Attenzione, concentrazione, ritmo, velocità.]
 
Di certo non vi sarà sfuggita la decisione del Consiglio di Stato, massimo organo di giustizia amministrativa italica, sulla questione (seconda per importanza solo ai pericoli connessi alla caduta improvvisa di stazioni spaziali cinesi) dei sacchettini per la frutta e la verdura.
 
Il Consiglio di Stato ha confermato al Ministero della Salute che non siete obbligati a pagarli al supermercato, ma ve li potete comprare dove vi pare e portarveli dietro da casa.
 
Però attenti eh.
 
Secondo il Consiglio di Stato il commerciante, deve (e ripetiamo insieme deve) per legge controllare che il sacchettino in cui avete posizionato frutta e verdura sia conforme alle norme contenute nel regolamento comunitario n.1935 del 2004 e successivi allegati, nonché al regolamento (UE) 1895/2005 sulla restrizione dell’uso di alcuni derivati epossidici in materiali e oggetti destinati a entrare in contatto con prodotti alimentari, nonché al regolamento (CE) 282/2008 sugli oggetti in plastica riciclata destinati al contatto con gli alimenti, nonché al regolamento (CE) 450/2009 sui materiali attivi destinati al contatto con gli alimenti.
 
A quel punto, se la cassiera non ha già ottenuto una cattedra in diritto alla Sorbonne e quello in fila dietro di voi non è morto di stenti, potete tornarvene a casa lieti e fieri di aver fottuto il sistema.
 
Poi, fortunatamente, giungerà l’estinzione (previo parere favorevole del Consiglio di Stato).

La classe dirigente

Breve storia triste.

In centro a Reggio Emilia c’era una sala per il gioco d’azzardo che non era regolare. Il Comune vince un contenzioso con la proprietà e nei locali realizza uno spazio a disposizione di iniziative culturali giovanili. L’inaugurazione dello spazio viene promossa anche con alcuni cartelloni pubblicitari affissi in città.

Uno di questi attira oggi l’attenzione del neo deputato Gianluca Vinci di ritorno dalla trasferta romana dove ha appena contribuito ad eleggere il Presidente della Camera.

Inutile dire che l’attenzione del deputato Vinci è stata catalizzata su questo cartellone semplicemente perché il colore della pelle della ragazza è nero.

Nel 2018. In Italia. A Reggio.

Voi fate come volete, ma io mi vergogno per la mia città.

(tralascio i commenti sotto il post del deputato Vinci che evidentemente ha la base elettorale che si merita).

Daniel e Benoît

Sabato 10 marzo Benoît Ducos ha trovato tra le nevi del Montgenèvre una famiglia nigeriana: madre, padre e due bambini piccoli che avevano appena attraversato a piedi illegalmente il confine italo-francese.

La donna era incinta all’ottavo mese.

Benoît li ha caricati in macchina per portarli in fretta all’ospedale. Poco dopo è stato bloccato dalla polizia e denunciato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Daniel è nato poche ore dopo a Briançon. Sta bene.

In montagna come in mezzo al mare, nonostante tutto e tutti, sopravvive una regola antica: prima la vita.

Ci sono quelli che la chiamano illegalità, e quelli invece che la chiamano civiltà.

All’ombra dell’ultimo sole

PS: “comunque se il suo cane ha bisogno di prender confidenza con l’acqua, sa dove trovarmi”.

Finisce così una mail che oggi ho ricevuto dal signor G.

Che io sinceramente all’inizio manco me lo ricordavo il signor G, poi ho fatto mente locale. 

Il signor G è un distinto neo-pensionato che ho conosciuto qualche tempo fa su un treno. 

Avete presente quelle chiacchiere improvvisate da vicini di sedile su treni o troppo freddi o troppo caldi ? Quelle dove i minuti scivolano via tra una banalità sul meteo e una battuta sul cibo ? Beh, quella volta con il signor G non è andata esattamente in quel modo.

Il signor G non si chiama nemmeno così, ma con quel naso e gli occhi spiritati un po’ mi pareva d’aver davanti un cugino alla lontana di Gaber e allora beh, l’ho battezzato.

Come si chiama il suo cane ? 

Il signor G aveva allungato l’occhio sullo schermo del mio cellulare.

“Se glielo dico si mette a ridere, sia che le dica il nome che il soprannome. E’ una roba un po’ strana”.

Ah ma se vuol sentire una roba strana sui cani gliela racconto io“.

In effetti aveva ragione. In breve la storia è questa. Leggi Tutto →

La parte del torto

Spesso e volentieri mi son seduto qui dalla parte del torto. Praticamente sempre. C’ho una specie di sesto senso.

A me i carri dei vincitori piace guardarli da lontano mentre si avviano carichi di certezze, proclami, ricchi premi e cotillons.

Anche oggi sono qui, perché non volevo deludermi.

A quei pochi o molti che non sono abituati a questa condizione, a quelli che magari non sono fatti per le sconfitte, a quelli che dalla parte del torto ci stanno giusto il tempo di un respiro, forse tutto questo parrà insopportabile.

Vorrei dire che vi capisco, ma non ci riesco.

Non è che mi innamoro delle sconfitte, ma credo che gli sconfitti abbiano molto spesso meravigliose storie da raccontare. E nel silenzio della parte del torto si ascolta molto meglio.

A quelli che hanno vinto, vincono o vinceranno, la mia comprensione e solidarietà. Io, nell’assordante e abbondante compagnia della vittoria, non resisterei dieci minuti. Non c’ho il fisico.

Ma non vi rattristate, prima o poi piccole e grandi sconfitte tornano a graziarci.

E’ probabile che quel giorno mi troverete lì, dalla parte del torto.

Se volete, sedetevi pure.

Qui c’è un sacco di tempo per ascoltare.
E per ricominciare a lottare.

L’inverno alle urne

Un’altra domenica in cui voteremo con la neve a terra e il freddo alla porta.

Comunque vada, l’inverno è già qui. Da molti mesi, da diversi anni.

Quello che soffia in Europa è l’inverno dei nazionalismi, dei populismi, degli egoismi.

Non lo vedi solo nelle urne dove crescono, lenti o irruenti, i fantasmi del passato incarnati nelle comparse rampanti ed indecenti del presente.

Lo vedi nella comunicazione, lo senti al mercato, lo annusi nelle conversazioni banali sui treni.

L’inverno è qui, accanto a noi. Dentro di noi.

L’inverno è qui, ma passerà.

Non lo farà domani o dopodomani. Sarà una battaglia lunga, perché si combatterà sul terreno gelato della coscienza e della conoscenza.

Non passerà da solo questo inverno, ma con l’impegno semplice e quotidiano di molti, in molte parti, in molti ruoli.

L’inverno è qui – ma diavolo – quanto è bella la primavera ?

 

 

La guerra fredda

Alì Babà portava il sombrero. Detta così suona strana, ma è vero.

Era largo e fuori misura, ma faceva parata.

C’attaccava roba strana, per lo più soldi di paesi lontani.

Non c’aveva tesori Ali Babà ma si portava dietro le Bombe.

Se chiedi di lui ad uno di Rimini che ha passato i quaranta gli fai venire il magone e una botta di nostalgia. Altro che Proust e la sua madeleine.

Alì Babà c’aveva le “Boooombe” (urlato bene) che vendeva a piccoli e grandi su e giù per i chilometri di sabbia della spiaggia più famosa d’Italia.

Le Bombe erano poi i ghiaccioli, dei signori ghiaccioli. Li producevano in un angolo della Romagna con quella forma lì strana ed elegante.

Dieci anni fa il titolare dell’azienda stava per smettere quando due giovani imprenditori hanno preso in mano l’attività e rilanciato il marchio.

Il prodotto era ottimo e con quell’effetto nostalgia molto potente. Una madeleine ghiacciata appunto.

Il problema è che le piccole Bombe non servono a molto contro le divisioni corazzate delle multinazionali, in questo caso Unilever, che attraverso il marchio Algida controlla circa il 70% del mercato della vendita del gelato singolo confezionato (per intenderci quello dei bar).

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Fino alla prossima indignazione

Prendi un caso di cronaca, preferibilmente nera, facci un post o un tweet (veloce che la tempistica è tutto) generalizza, indignati e invita ad indignarsi.

In questo Matteo Salvini è praticamente un professionista. Ma la schiera di politici (o aspiranti tali) che sfrutta questo schema predatorio per raccattare un po’ di consenso è infinita, e pascola in lungo e in largo per tutto l’arco costituzionale. E anche più in là.

Del destino di quelli coinvolti nel caso di cronaca ci si dimentica presto. Del resto lo schema non lo prevede. Occorre passare all’orrore successivo, alla paura che verrà, al prossimo nemico.

Quasi due mesi fa a Torino, una donna, Concetta Candido, si è data fuoco all’ufficio dell’Inps di Torino perché disperata. Il più veloce, in quel caso, è stato Luigi Di Maio.

Nonostante la lugubre bufala della sua morte messa in circolo qualche giorno dopo i fatti, Concetta Candido è ancora viva. Fuori dall’occhio di bue del teatro della politica, la sua vita continua nel difficile percorso di recupero.

Ad aggiornare sulle sue condizioni, quasi quotidianamente, è il fratello: battaglie, progressi, dolori e piccole resurrezioni. La vita insomma. La vita vera, quella che poco interessa alla comunicazione politica e anche ai commentatori da social, pronti alla prossima indignazione per non annoiarsi.

L’altro giorno Concetta Candido ha ricevuto in ospedale la prima visita di un “non familiare”, uno che in questi mesi, in punta di piedi, ha fatto parte della minuscola pattuglia che si è affezionata al suo destino.

Che quel “non familiare” sia un bravo giornalista non credo sia un caso. A me piace pensare che ci sia ancora qualcuno pronto ad affezionarsi alla vita e alla storia delle persone.

Grazie Gad.

Il granello di sabbia

Il corpo martoriato, bruciato, torturato e sfregiato di Giulio è solo un granello di sabbia. Il dolore, la compostezza, la perseveranza della sua famiglia sono solo un granello di sabbia.

Due granelli di sabbia nel grande deserto umano degli interessi geopolitici che scaldano infine le nostre case e fanno girare le nostre aziende.

Dovremmo essere realisti e accettare il fatto che la vita e soprattutto la morte di un ragazzo di 28 anni non possono pregiudicare la nostra sicurezza economica, politica e sociale.

Sai quante migliaia di egiziani hanno fatto la stessa fine ? Sai quanti ragazzi e ragazze innocenti vengono torturati o uccisi in questo preciso momento sulla faccia della terra ?

Lo so, e puoi anche avere ragione: il mondo è un posto complicato.

Però – te lo dico con l’ipocrisia di chi apre il rubinetto e scende comunque acqua calda – io faccio il tifo perché quei due minuscoli granelli di sabbia inceppino il grande gioco di questi piccoli uomini. Piccoli uomini che si nascondono e si giustificano con le nostre comodità, le nostre paure, le nostre debolezze.

E invece, comunque vada, fino in fondo, fino alla verità.

Le risorse della Boldrini

[Avvertenza preliminare: non si tratta di una reductio ad Hitlerum. O forse sì]

Impiccarono Julius Streicher la mattina del 16 ottobre 1946. Fin sotto il patibolo continuò a proclamare il suo delirio nazista ed antisemita che aveva coltivato per i vent’anni n cui era stato il creatore ed editore del settimanale “Der Stürmer“, l’organo di propaganda preferito da Hitler.

“Der Stürmer” toccò nella seconda metà degli anni ’30 una circolazione di 480.000 copie. Era una lettura popolare e a volte giudicata “estremista” all’interno dello stesso partito nazionalsocialista.

“Die Juden sind unser Unglück!” era il motto stampato ben evidente su ogni prima pagina del settimanale: “Gli ebrei sono la nostra disgrazia!”.

Efferati delitti, crisi economica, stupri, omicidi rituali. Tutti i mali di Germania trovavano su “Der Stürmer” una risposta semplice ed immediata: gli ebrei.

Articoli e caricature, tra cui quelle famose di Philipp Rupprecht, contribuirono ad alimentare tra gli strati più popolari della popolazione tedesca l’odio verso gli ebrei e contro gli amici degli ebrei.

Der Stürmer contribuì a rendere popolari parole d’ordine della propaganda antisemita: ebrei parassiti, portatori di malattie, diabolici.

E “le risorse della Boldrini” ?

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La rotta libica

Con i dati ufficiali dell’ultimo giorno di luglio, dobbiamo registrare che gli sbarchi di migranti in Italia attraverso il Mediterraneo finora sono gli stessi del 2016, quando sulle prime pagine “l’emergenza sbarchi” non arrivava quasi mai.

Il mese di luglio ha visto dimezzarsi gli arrivi rispetto ad un anno fa: da più di 23.000 a 11.000 e rotti. E tutto questo prima che la missione navale italiana davanti alle coste libiche veda la luce o che il codice per l’Ong che operano nel Mediterraneo entri in vigore.

Cosa è successo ?

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La speranza di Ilaria e Miran

Quando ammazzarono Ilaria e Miran avevo vent’anni spaccati e guardavo il mondo come solo a vent’anni puoi permetterti, con quella speranza gigantesca che occupa tutto, senza lasciare quasi spazio alla rassegnazione o al disincanto.

Oggi sono passati altri vent’anni e la procura di Roma ha gettato la spugna chiedendo l’archiviazione dell’inchiesta sulla loro morte.

Come altri ho avuto tutto il tempo in questi due decenni di far spazio alla rassegnazione e al disincanto. Però ancora oggi mi è rimasto un po’ di posto per rimpiangere la cosa più importante di Ilaria: il suo giornalismo, la sua professionalità, la sua umanità. Mischiati tutti insieme.

Per intuirlo basta citare un piccolo episodio.

In uno dei suoi viaggi in Somalia Ilaria fu invitata, come altri giornalisti, a passare il Natale da Giancarlo Marocchino (chiaccheratissimo maneggiatore di molte faccende della Mogadiscio di allora) per festeggiare a champagne e aragoste. Ilaria declinò l’invito, perchè “non era andata in Somalia per mangiare aragoste“. La sera stessa prese un aereo per Merca e passò il giorno di Natale realizzando un servizio sul cronicario di Annalena Tonelli (che è stata uccisa in Somalia nell’ottobre del 2003).

La foto sopra di Ilaria e Miran è una delle ultime. L’ha scattata nel marzo del 1994 Raffaele Ciriello, uno dei più bravi fotogiornalisti italiani, ucciso a Ramallah nel 2002.

Ilaria, Miran, Annalena, Raffaele.

Ricominciare da loro per far spazio, solo un poco, alla speranza.

Che lì fuori, anche oggi, c’è un sacco di gente perbene.

Vasco, 28 vibratori e Padre Pio

E’ falsa la lista di oggetti smarriti che sarebbero stati ritrovati al Modena Park dopo il concerto di Vasco Rossi. Era strana, era divertente magari, ma era falsa.

Moltissimi l’hanno condivisa sui propri profili social facendo anche affidamento sul fatto che – diamine ! – l’hanno pubblicata anche siti e giornali (Il Messaggero, Il Fatto quotidiano, Tgcom, il Gazzettino, il Mattino, il Giornale, Libero, eccetera eccetera eccetera).

Le stranezze erano parecchie ma nessuno, a parte quelli di Giornalettismo ha pensato di fare una telefonata ad Hera, la municipalizzata che si è occupata della pulizia dell’evento.

Era molto più facile (e per alcuni redditizio) fare copia/incolla.

E’ una vicenda ovviamente relativamente piccola ed innocua, ma piuttosto esemplare. Migliaia di persone su social e siti stanno leggendo, commentando e scrivendo sul nulla.

Ma va bene, va bene così, condividimi !

(nell’immagine la prima fonte pubblica che si trova sulla vicenda: un post di un utente su Facebook all’una di pomeriggio di domenica, quando le operazioni di pulizia di Modena Park non erano ancora nemmeno finite, quel post è poi stato condiviso e copia-incollato anche dai primi siti di quotidiani, che poi sono stati ripresi a loro volta da altri siti e quotidiani).

Barbra Streisand e il prosciutto Ferrarini

Un castello, una bella foto, il prosciutto, i droni e Barbra Streisand. Tutto frullato insieme in una storia minuscola ed esemplare.

Da che i vecchi hanno memoria l’han sempre chiamato “il castello del Più Bello” anche se castello non è, ma una villa settecentesca fatta costruire dal conte Antonio Re. Si trova sulle prime colline emiliane, una manciata di chilometri a sud di Reggio Emilia e, incidentalmente, ad un tiro di schioppo da casa mia.

Nei secoli è passata nelle mani di ricche famiglie nobili e borghesi, fino ad approdare nel novecento alla famiglia Ferrarini, quella dei prosciutti.

Il Più Bello sta in posizione panoramica in un luogo molto coreografico, in particolare in autunno quando la vigna ben curata si accende di colori.

E’ un buonissimo esempio di tipica bellezza del paesaggio italiano e un ottimo soggetto fotografico, grazie anche a chi lo possiede.

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Andare a Barbiana

L’ostacolo, quello grosso, era il tornante a destra con certi ghiaioni così. Passato quello era tutta acqua fresca. Non che il resto della strada non si facesse dare del lei.

La giostra cominciava mica tanto dopo il ponte stretto uno sputo, di fianco alla “Casa del Prosciutto“. Che si chiama così il bar-osteria-alimentari ve lo conferma il fatto che pitturato grande sulla parete c’è scritto: “La Casa del Prosciutto“. Se vi capita, fermatevi.

Mio padre su per quei tornanti c’ha portato una 128 bianca, una Regata fumo di Londra e una Punto grigia. Ma ogni volta c’era da gridare al miracolo quando a superare il tornantone erano le tonnellate dell’Opel Ascona verde pisello. L’aveva soprannominata “la Caroline“. Non ho mai capito perchè.

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Igor il Russo

La balestra, i cani molecolari, i reparti speciali. John Rambo, il reduce dalla Cecenia, i droni e le paludi. Gli avvistamenti quotidiani, i salami fregati, i nascondigli segreti. Il ninja, i misteri della notte e adesso il Predator.

Se non fosse che in mezzo ci sono dei cristiani morti ammazzati la vicenda di Igor il Russo, che poi era Norbert il Serbo, meriterebbe un libro intero per raccontare i vizi capitali e veniali del giornalismo nostrano. E sarebbe un libro comico.

Le regole

Io sono in maglietta e la ragazza di fronte è imbacuccata come se ci fosse un freddo becco. Ha la cuffia di di lana quasi calata sugli occhi, la giacca tirata su, come il bambino seduto li a fianco.

La bambina bionda due sedili avanti canticchia le canzoni imparate alla scuola materna. Deve essere l’orgoglio della nonna francese che la riporta a casa dopo la gita in Italia. È bionda e dolcissima.

Le signore italiane a fianco parlano di gelsomini e di vacanze.

Il treno parte e viaggia piano. La ragazza non incrocia mai lo sguardo, il bambino sta lì a testa bassa.

La bambina bionda continua a cantare. Canta anche quando a Mentone la gendarmerie sale e ordina con professionalità e decisione alla ragazza imbacuccata e al bambino a fianco di scendere dal treno. Si alza e la sua giacca mostra il profilo di un altro cinno in arrivo. Sul piazzale il pulmino della polizia li attende per riportarli in Italia.

“Sono le regole” chiosa la signora italiana e torna a parlare di gelsomini.

La bambina bionda continua a cantare dalla parte giusta del confine e del mare.

A Monaco salgono i controllori francesi. Le signore dei gelsomini hanno fatto confusione con i biglietti: non sono validi, devono rifarli e pagare 50 euro a testa. Protestano per quello che possono, ma mi spiace dice il controllore. “Sono le regole.”

Buona Pasqua a chi è in regola e sopratutto a chi non lo è.

Muri di benvenuto

Una vera offerta: una villetta bifamiliare con tre camere da letto per ogni abitazione a meno di 60.000 euro. Sì, bisogna ristrutturare e non poco, però.

Si nota anche dalle foto dell’agenzie immobiliari che non c’abita più nessuno da un sacco di tempo.

Gli ultimi inquilini del numero 371 erano una coppia di anziani piuttosto simpatici. Al 369, lì a fianco, sulla porta si legge ancora il nome l’ultimo inquilino: Cori, che sta per “Conference of Religious of Ireland”, una congregazione cattolica irlandese.

Erano gli anni novanta.

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I figli del peccato

Due bambini che giocano nel prato verde tra le case. La curiosità di quella grande pietra in mezzo all’erba. La alzano. Un grosso buco e sotto un sacco di piccoli scheletri.

Era il 1975. Frannie e Barry avevano appena scoperto il segreto che quasi tutti a Tuam conoscevano.

The Home“. Così la chiamavano la Saint Mary’s Mother and Baby Home, l’istituto per ragazze madri della contea di Galway dove venivano dati alla luce “i figli del peccato“.

A Frannie e Barry venne detto di dimenticarsi di quel luogo. Il prete aveva detto una messa in ricordo di quei bambini. Era finita lì.

Ieri, quando il ministro irlandese Katherine Zappone le ha telefonato per dirle che aveva ragione, Catherine Corless non era sorpresa.

Catherine per anni ha dedicato il suo tempo libero alla ricerca della verità. Ha spulciato archivi, consultato mappe e si è scontrata con molti rifiuti, ma non ha mollato di un millimetro.

Ad un certo punto ha ottenuto 800 certificati di morte dall’anagrafe.

Li ha pagati 4 euro l’uno.

Erano tutti bambini morti a Tuam per malattie, malnutrizione e maltrattamenti. Non risultavano sepolti da nessuna parte, in nessun cimitero.

Se c’è una morale in questa storia di grande dolore e disumanità è che la verità prima o poi trova la sua strada grazie a persone come Catherine Corless, che l’umanità la conservano intatta.

La straordinaria banalità del bene

La guerra era finita, era tornato a casa. S’era messo a fare il ferrivecchi e tutti i soldi che guadagnava se li beveva.

La devi smettere di bere e ti devi curare.

Scappò dall’ospedale perché non gli davano il vino. Lo trovano ubriaco in un fosso.

In un mondo come questo non val la pena di vivere“.

Morì di tubercolosi nel 1952 a Fossano, provincia di Cuneo, dov’era nato 48 anni prima.


C’era un muro da tirare su e lui con i muri ci sapeva fare. La ditta l’aveva portato fin là per quello. Parlava poco, lavorava tanto e bene: “faceva muri dritti, solidi, con mattoni ben intrecciati e con tutta la calcina che ci voleva; non per ossequi agli ordini, ma per dignità professionale”.

Gli capitò un giorno a fargli da garzone uno che al primo viaggio rovesciò tutta la calce del secchio.

Ah’s capis cun gent’ parei“. Che ti aspetti da gente così. Dialetto piemontese in mezzo alla campagna polacca. Roba strana.

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