La guerra fredda

Alì Babà portava il sombrero. Detta così suona strana, ma è vero.

Era largo e fuori misura, ma faceva parata.

C’attaccava roba strana, per lo più soldi di paesi lontani.

Non c’aveva tesori Ali Babà ma si portava dietro le Bombe.

Se chiedi di lui ad uno di Rimini che ha passato i quaranta gli fai venire il magone e una botta di nostalgia. Altro che Proust e la sua madeleine.

Alì Babà c’aveva le “Boooombe” (urlato bene) che vendeva a piccoli e grandi su e giù per i chilometri di sabbia della spiaggia più famosa d’Italia.

Le Bombe erano poi i ghiaccioli, dei signori ghiaccioli. Li producevano in un angolo della Romagna con quella forma lì strana ed elegante.

Dieci anni fa il titolare dell’azienda stava per smettere quando due giovani imprenditori hanno preso in mano l’attività e rilanciato il marchio.

Il prodotto era ottimo e con quell’effetto nostalgia molto potente. Una madeleine ghiacciata appunto.

Il problema è che le piccole Bombe non servono a molto contro le divisioni corazzate delle multinazionali, in questo caso Unilever, che attraverso il marchio Algida controlla circa il 70% del mercato della vendita del gelato singolo confezionato (per intenderci quello dei bar).

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Fino alla prossima indignazione

Prendi un caso di cronaca, preferibilmente nera, facci un post o un tweet (veloce che la tempistica è tutto) generalizza, indignati e invita ad indignarsi.

In questo Matteo Salvini è praticamente un professionista. Ma la schiera di politici (o aspiranti tali) che sfrutta questo schema predatorio per raccattare un po’ di consenso è infinita, e pascola in lungo e in largo per tutto l’arco costituzionale. E anche più in là.

Del destino di quelli coinvolti nel caso di cronaca ci si dimentica presto. Del resto lo schema non lo prevede. Occorre passare all’orrore successivo, alla paura che verrà, al prossimo nemico.

Quasi due mesi fa a Torino, una donna, Concetta Candido, si è data fuoco all’ufficio dell’Inps di Torino perché disperata. Il più veloce, in quel caso, è stato Luigi Di Maio.

Nonostante la lugubre bufala della sua morte messa in circolo qualche giorno dopo i fatti, Concetta Candido è ancora viva. Fuori dall’occhio di bue del teatro della politica, la sua vita continua nel difficile percorso di recupero.

Ad aggiornare sulle sue condizioni, quasi quotidianamente, è il fratello: battaglie, progressi, dolori e piccole resurrezioni. La vita insomma. La vita vera, quella che poco interessa alla comunicazione politica e anche ai commentatori da social, pronti alla prossima indignazione per non annoiarsi.

L’altro giorno Concetta Candido ha ricevuto in ospedale la prima visita di un “non familiare”, uno che in questi mesi, in punta di piedi, ha fatto parte della minuscola pattuglia che si è affezionata al suo destino.

Che quel “non familiare” sia un bravo giornalista non credo sia un caso. A me piace pensare che ci sia ancora qualcuno pronto ad affezionarsi alla vita e alla storia delle persone.

Grazie Gad.

Il granello di sabbia

Il corpo martoriato, bruciato, torturato e sfregiato di Giulio è solo un granello di sabbia. Il dolore, la compostezza, la perseveranza della sua famiglia sono solo un granello di sabbia.

Due granelli di sabbia nel grande deserto umano degli interessi geopolitici che scaldano infine le nostre case e fanno girare le nostre aziende.

Dovremmo essere realisti e accettare il fatto che la vita e soprattutto la morte di un ragazzo di 28 anni non possono pregiudicare la nostra sicurezza economica, politica e sociale.

Sai quante migliaia di egiziani hanno fatto la stessa fine ? Sai quanti ragazzi e ragazze innocenti vengono torturati o uccisi in questo preciso momento sulla faccia della terra ?

Lo so, e puoi anche avere ragione: il mondo è un posto complicato.

Però – te lo dico con l’ipocrisia di chi apre il rubinetto e scende comunque acqua calda – io faccio il tifo perché quei due minuscoli granelli di sabbia inceppino il grande gioco di questi piccoli uomini. Piccoli uomini che si nascondono e si giustificano con le nostre comodità, le nostre paure, le nostre debolezze.

E invece, comunque vada, fino in fondo, fino alla verità.

Le risorse della Boldrini

[Avvertenza preliminare: non si tratta di una reductio ad Hitlerum. O forse sì]

Impiccarono Julius Streicher la mattina del 16 ottobre 1946. Fin sotto il patibolo continuò a proclamare il suo delirio nazista ed antisemita che aveva coltivato per i vent’anni n cui era stato il creatore ed editore del settimanale “Der Stürmer“, l’organo di propaganda preferito da Hitler.

“Der Stürmer” toccò nella seconda metà degli anni ’30 una circolazione di 480.000 copie. Era una lettura popolare e a volte giudicata “estremista” all’interno dello stesso partito nazionalsocialista.

“Die Juden sind unser Unglück!” era il motto stampato ben evidente su ogni prima pagina del settimanale: “Gli ebrei sono la nostra disgrazia!”.

Efferati delitti, crisi economica, stupri, omicidi rituali. Tutti i mali di Germania trovavano su “Der Stürmer” una risposta semplice ed immediata: gli ebrei.

Articoli e caricature, tra cui quelle famose di Philipp Rupprecht, contribuirono ad alimentare tra gli strati più popolari della popolazione tedesca l’odio verso gli ebrei e contro gli amici degli ebrei.

Der Stürmer contribuì a rendere popolari parole d’ordine della propaganda antisemita: ebrei parassiti, portatori di malattie, diabolici.

E “le risorse della Boldrini” ?

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La rotta libica

Con i dati ufficiali dell’ultimo giorno di luglio, dobbiamo registrare che gli sbarchi di migranti in Italia attraverso il Mediterraneo finora sono gli stessi del 2016, quando sulle prime pagine “l’emergenza sbarchi” non arrivava quasi mai.

Il mese di luglio ha visto dimezzarsi gli arrivi rispetto ad un anno fa: da più di 23.000 a 11.000 e rotti. E tutto questo prima che la missione navale italiana davanti alle coste libiche veda la luce o che il codice per l’Ong che operano nel Mediterraneo entri in vigore.

Cosa è successo ?

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La speranza di Ilaria e Miran

Quando ammazzarono Ilaria e Miran avevo vent’anni spaccati e guardavo il mondo come solo a vent’anni puoi permetterti, con quella speranza gigantesca che occupa tutto, senza lasciare quasi spazio alla rassegnazione o al disincanto.

Oggi sono passati altri vent’anni e la procura di Roma ha gettato la spugna chiedendo l’archiviazione dell’inchiesta sulla loro morte.

Come altri ho avuto tutto il tempo in questi due decenni di far spazio alla rassegnazione e al disincanto. Però ancora oggi mi è rimasto un po’ di posto per rimpiangere la cosa più importante di Ilaria: il suo giornalismo, la sua professionalità, la sua umanità. Mischiati tutti insieme.

Per intuirlo basta citare un piccolo episodio.

In uno dei suoi viaggi in Somalia Ilaria fu invitata, come altri giornalisti, a passare il Natale da Giancarlo Marocchino (chiaccheratissimo maneggiatore di molte faccende della Mogadiscio di allora) per festeggiare a champagne e aragoste. Ilaria declinò l’invito, perchè “non era andata in Somalia per mangiare aragoste“. La sera stessa prese un aereo per Merca e passò il giorno di Natale realizzando un servizio sul cronicario di Annalena Tonelli (che è stata uccisa in Somalia nell’ottobre del 2003).

La foto sopra di Ilaria e Miran è una delle ultime. L’ha scattata nel marzo del 1994 Raffaele Ciriello, uno dei più bravi fotogiornalisti italiani, ucciso a Ramallah nel 2002.

Ilaria, Miran, Annalena, Raffaele.

Ricominciare da loro per far spazio, solo un poco, alla speranza.

Che lì fuori, anche oggi, c’è un sacco di gente perbene.

Vasco, 28 vibratori e Padre Pio

E’ falsa la lista di oggetti smarriti che sarebbero stati ritrovati al Modena Park dopo il concerto di Vasco Rossi. Era strana, era divertente magari, ma era falsa.

Moltissimi l’hanno condivisa sui propri profili social facendo anche affidamento sul fatto che – diamine ! – l’hanno pubblicata anche siti e giornali (Il Messaggero, Il Fatto quotidiano, Tgcom, il Gazzettino, il Mattino, il Giornale, Libero, eccetera eccetera eccetera).

Le stranezze erano parecchie ma nessuno, a parte quelli di Giornalettismo ha pensato di fare una telefonata ad Hera, la municipalizzata che si è occupata della pulizia dell’evento.

Era molto più facile (e per alcuni redditizio) fare copia/incolla.

E’ una vicenda ovviamente relativamente piccola ed innocua, ma piuttosto esemplare. Migliaia di persone su social e siti stanno leggendo, commentando e scrivendo sul nulla.

Ma va bene, va bene così, condividimi !

(nell’immagine la prima fonte pubblica che si trova sulla vicenda: un post di un utente su Facebook all’una di pomeriggio di domenica, quando le operazioni di pulizia di Modena Park non erano ancora nemmeno finite, quel post è poi stato condiviso e copia-incollato anche dai primi siti di quotidiani, che poi sono stati ripresi a loro volta da altri siti e quotidiani).

Barbra Streisand e il prosciutto Ferrarini

Un castello, una bella foto, il prosciutto, i droni e Barbra Streisand. Tutto frullato insieme in una storia minuscola ed esemplare.

Da che i vecchi hanno memoria l’han sempre chiamato “il castello del Più Bello” anche se castello non è, ma una villa settecentesca fatta costruire dal conte Antonio Re. Si trova sulle prime colline emiliane, una manciata di chilometri a sud di Reggio Emilia e, incidentalmente, ad un tiro di schioppo da casa mia.

Nei secoli è passata nelle mani di ricche famiglie nobili e borghesi, fino ad approdare nel novecento alla famiglia Ferrarini, quella dei prosciutti.

Il Più Bello sta in posizione panoramica in un luogo molto coreografico, in particolare in autunno quando la vigna ben curata si accende di colori.

E’ un buonissimo esempio di tipica bellezza del paesaggio italiano e un ottimo soggetto fotografico, grazie anche a chi lo possiede.

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Andare a Barbiana

L’ostacolo, quello grosso, era il tornante a destra con certi ghiaioni così. Passato quello era tutta acqua fresca. Non che il resto della strada non si facesse dare del lei.

La giostra cominciava mica tanto dopo il ponte stretto uno sputo, di fianco alla “Casa del Prosciutto“. Che si chiama così il bar-osteria-alimentari ve lo conferma il fatto che pitturato grande sulla parete c’è scritto: “La Casa del Prosciutto“. Se vi capita, fermatevi.

Mio padre su per quei tornanti c’ha portato una 128 bianca, una Regata fumo di Londra e una Punto grigia. Ma ogni volta c’era da gridare al miracolo quando a superare il tornantone erano le tonnellate dell’Opel Ascona verde pisello. L’aveva soprannominata “la Caroline“. Non ho mai capito perchè.

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Igor il Russo

La balestra, i cani molecolari, i reparti speciali. John Rambo, il reduce dalla Cecenia, i droni e le paludi. Gli avvistamenti quotidiani, i salami fregati, i nascondigli segreti. Il ninja, i misteri della notte e adesso il Predator.

Se non fosse che in mezzo ci sono dei cristiani morti ammazzati la vicenda di Igor il Russo, che poi era Norbert il Serbo, meriterebbe un libro intero per raccontare i vizi capitali e veniali del giornalismo nostrano. E sarebbe un libro comico.

Le regole

Io sono in maglietta e la ragazza di fronte è imbacuccata come se ci fosse un freddo becco. Ha la cuffia di di lana quasi calata sugli occhi, la giacca tirata su, come il bambino seduto li a fianco.

La bambina bionda due sedili avanti canticchia le canzoni imparate alla scuola materna. Deve essere l’orgoglio della nonna francese che la riporta a casa dopo la gita in Italia. È bionda e dolcissima.

Le signore italiane a fianco parlano di gelsomini e di vacanze.

Il treno parte e viaggia piano. La ragazza non incrocia mai lo sguardo, il bambino sta lì a testa bassa.

La bambina bionda continua a cantare. Canta anche quando a Mentone la gendarmerie sale e ordina con professionalità e decisione alla ragazza imbacuccata e al bambino a fianco di scendere dal treno. Si alza e la sua giacca mostra il profilo di un altro cinno in arrivo. Sul piazzale il pulmino della polizia li attende per riportarli in Italia.

“Sono le regole” chiosa la signora italiana e torna a parlare di gelsomini.

La bambina bionda continua a cantare dalla parte giusta del confine e del mare.

A Monaco salgono i controllori francesi. Le signore dei gelsomini hanno fatto confusione con i biglietti: non sono validi, devono rifarli e pagare 50 euro a testa. Protestano per quello che possono, ma mi spiace dice il controllore. “Sono le regole.”

Buona Pasqua a chi è in regola e sopratutto a chi non lo è.

Muri di benvenuto

Una vera offerta: una villetta bifamiliare con tre camere da letto per ogni abitazione a meno di 60.000 euro. Sì, bisogna ristrutturare e non poco, però.

Si nota anche dalle foto dell’agenzie immobiliari che non c’abita più nessuno da un sacco di tempo.

Gli ultimi inquilini del numero 371 erano una coppia di anziani piuttosto simpatici. Al 369, lì a fianco, sulla porta si legge ancora il nome l’ultimo inquilino: Cori, che sta per “Conference of Religious of Ireland”, una congregazione cattolica irlandese.

Erano gli anni novanta.

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I figli del peccato

Due bambini che giocano nel prato verde tra le case. La curiosità di quella grande pietra in mezzo all’erba. La alzano. Un grosso buco e sotto un sacco di piccoli scheletri.

Era il 1975. Frannie e Barry avevano appena scoperto il segreto che quasi tutti a Tuam conoscevano.

The Home“. Così la chiamavano la Saint Mary’s Mother and Baby Home, l’istituto per ragazze madri della contea di Galway dove venivano dati alla luce “i figli del peccato“.

A Frannie e Barry venne detto di dimenticarsi di quel luogo. Il prete aveva detto una messa in ricordo di quei bambini. Era finita lì.

Ieri, quando il ministro irlandese Katherine Zappone le ha telefonato per dirle che aveva ragione, Catherine Corless non era sorpresa.

Catherine per anni ha dedicato il suo tempo libero alla ricerca della verità. Ha spulciato archivi, consultato mappe e si è scontrata con molti rifiuti, ma non ha mollato di un millimetro.

Ad un certo punto ha ottenuto 800 certificati di morte dall’anagrafe.

Li ha pagati 4 euro l’uno.

Erano tutti bambini morti a Tuam per malattie, malnutrizione e maltrattamenti. Non risultavano sepolti da nessuna parte, in nessun cimitero.

Se c’è una morale in questa storia di grande dolore e disumanità è che la verità prima o poi trova la sua strada grazie a persone come Catherine Corless, che l’umanità la conservano intatta.

La straordinaria banalità del bene

La guerra era finita, era tornato a casa. S’era messo a fare il ferrivecchi e tutti i soldi che guadagnava se li beveva.

La devi smettere di bere e ti devi curare.

Scappò dall’ospedale perché non gli davano il vino. Lo trovano ubriaco in un fosso.

In un mondo come questo non val la pena di vivere“.

Morì di tubercolosi nel 1952 a Fossano, provincia di Cuneo, dov’era nato 48 anni prima.


C’era un muro da tirare su e lui con i muri ci sapeva fare. La ditta l’aveva portato fin là per quello. Parlava poco, lavorava tanto e bene: “faceva muri dritti, solidi, con mattoni ben intrecciati e con tutta la calcina che ci voleva; non per ossequi agli ordini, ma per dignità professionale”.

Gli capitò un giorno a fargli da garzone uno che al primo viaggio rovesciò tutta la calce del secchio.

Ah’s capis cun gent’ parei“. Che ti aspetti da gente così. Dialetto piemontese in mezzo alla campagna polacca. Roba strana.

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Il limbo fiscale di Apple

Le aziende multinazionali, operando per loro natura in molti paesi con sistemi fiscali diversi, hanno sviluppato in decenni di operatività una grande scaltrezza (chiamiamola così) nello sfruttare tutte le falle dei sistemi nazionali per pagare meno tasse. A volte per non pagarle proprio.

La vicenda irlandese che vede confrontarsi Apple e Commissione Europea è solo l’ultimo caso di molti già conosciuti.

Al di là dei singoli tecnicismi fiscali, in cui una normale mente umana rischia di perdersi definitivamente, il risultato è molto semplice: in questi anni per ogni euro guadagnato vendendo un iCoso al di fuori del mercato americano Apple ha versato tasse (esclusa l’iva) per la metà di un centesimo.

La metà di un centesimo.

Ovviamente, pagando così poche tasse, ha anche (ripetiamo insieme “anche”) potuto creare posti di lavoro e ricchezza.

La cosa buffa è che i più danneggiati sono i contribuenti americani. Si perché il giochetto irlandese di Apple è possibile solo grazie ad una falla del sistema fiscale americano che permette alle multinazionali di non veder tassati i propri guadagni all’estero (al 35%) finché quei soldi non rientrano sul suolo statunitense. Nei bilanci Apple è infatti iscritta una cifra monstre di 20 miliardi di dollari di tasse differite. Tasse cioè che Apple ammette dovrebbe all’erario americano ma che non farà mai rientrare e che quindi non verranno mai tassate.

Una specie di limbo fiscale, ecco.

Un limbo fiscale generato da una parte dal sistema irlandese con le sue società registrate ma non residenti a zero tasse e dall’altra dagli Stati Uniti e dalle loro esenzioni ai guadagni non rientrati in patria.

Un limbo dove molti, oltre ad Apple, si muovono comodamente. Pure troppo.

floating piers

24 ore con Christo nell’Isola che è un Monte

Sono le due di notte e Franco monta in groppa all’apecar per portare i suoi 25 anni giù per i tornanti fino al molo. Arrivano i rifornimenti con la chiatta. Ci sono i panini per il giorno dopo da riportare su.

C’è un’isola che non dorme mai. Da dieci giorni o giù di lì. Non sta nelle calde acque dell’Egeo ma in quelle più vicine e meno esotiche dell’Iseo.

C’è un isola che non dorme mai, ma quell’isola è anche un monte. E non è un particolare da poco.

A pelo d’acqua scorre incessante sul tappeto arancione una folla immensa. Ad ogni ora, ad ogni minuto, in qualsiasi secondo. Giovani alla moda e anziani alla deriva, camice stirate e canotte vissute, abbronzature tropicali e pallori lunari. C’è gente da aperitivo in centro e gente da pizza al taglio. Gente divertita e gente incazzata. Gente sudata e gente sudata.

Venti metri più su quel mondo lì, nel bene e nel male, comincia piano piano ad estinguersi. È una specie di selezione naturale altimetrica, fino alla vetta della Madonna della Ceriola dove arrivano solo quei pochi che hanno deciso, con una certa presunzione, di guardare Christo dall’alto al basso. Sono di norma matti da legare e pensionati del CAI, quando le due cose non coincidono.

È l’isola che diventa montagna.

Giù i Floating Piers e su Al Coren, che è la copia sputata di quegli inossidabili bar d’appennino emiliano che aprono tardi la mattina e non chiudono mai la sera. Posti dove ci metti un attimo a sentirti a casa.

Franco, quello dei panini, molla il banco per guidarmi insieme a Leon (più che un cane da guardia una scodinzolante guida turistica) nel pratone sulla scogliera che è li a picco sull’isoletta di San Paolo, pronta per uno scatto notturno e silenzioso che nessun elicottero ti regalerà mai.

Mi sono chiesto se, al di là del grande set fotografico naturale ed artificiale, questi grandi pontili galleggianti mi siano piaciuti. La risposta me l’ha data uno che è tornato dalla Svizzera per amore e passione di quella terra lì a picco sull’acqua.

A Montisola (tuttoattaccato) come nel resto d’Italia, ci sono quelli che benedicono il caotico galleggiare sulle orme di Christo, quelli che lo maledicono e poi c’è Elio.

Elio dice che tra dieci anni saranno tutti lì, indistintamente, a raccontare ai figli che loro c’erano quella volta sul lago. E tra vent’anni saranno tutti lì, indistintamente, a raccontare ai nipoti che c’han messo il loro pezzettino quella volta della folla che camminava sull’acqua. Si passeranno le notti a raccontarsela al bancone quella storia di Christo, con molte e colossali vanterie. Come succede sempre, del resto, nei migliori bar d’appennino.

Perchè quell’isola è anche un monte. E non è un particolare da poco.

Toto amministrative

Molti mesi fa Matteo Renzi aveva deciso di “saltare” le elezioni amministrative: un terreno troppo scivoloso, un panorama troppo frammentato. E poi non poteva giocare la carta che preferisce e che giudica più efficace: se stesso.

La strategia quindi è stata quella di puntare tutto sul referendum costituzionale di ottobre, una mossa non meno rischiosa, ma in cui può spendere la propaganda sempreverde del “nuovo contro il vecchio”, “quelli che vogliono cambiare contro quelli che dicono sempre no”.

Quindi vadano come vadano le elezioni amministrative. Il Movimento 5 Stelle si prenderà Roma e poco altro (attenzione però a Chiara Appendino al ballottaggio contro Fassino) e se Milano sfrutta l’onda lunga di Pisapia e dell’Expo Renzi con Sala può giocarsi la carta della capitale morale.

Uno a uno, palla al centro.

Chi vorrà invece un quadro d’insieme del voto, per poi magari misurare lo stato di salute del rapporto Renzi-Italiani, dovrà andarsi a spulciare i dati elettorali, se non al milletrecentesimo comune, almeno quelli dei primi 30 sopra i 50.000 abitanti.

Fra 15 giorni, dopo i ballottaggi, saranno più o meno tutti contenti.

Il Movimento 5 Stelle per la grande vittoria di Roma e forse per la sorpresa Torino. Il PD per aver tenuto in provincia. La sinistra PD perchè con “Renzi si perdono elettori”. Salvini per aver confermato le percentuali nazionali dei sondaggi.  E Berlusconi ? Beh Berlusconi sospetto sappia consolarsi dalle sconfitte. A modo suo, diciamo.

Io, Fred e i paraboloidi iperbolici

35 euro. Prima del funerale, una sosta al supermercato. I figli di Fred Baur hanno voluto rispettare le ultime volontà del padre, morto nel maggio del 2008 ad un passo dai novant’anni dopo una vita di onesto e produttivo lavoro. Ora in un grande e semplice prato verde in mezzo alle case di College Hill, sobborgo di Cincinnati, le ceneri di Baur riposano accanto all’adorata moglie: un’urna funeraria e un tubo rigido per paraboloidi iperbolici.

35 euro. Mechelen sta giusto a metà strada tra Bruxelles e Anversa, nelle Fiandre. Da un grande stabilimento bianco e azzurro escono 20.000 pezzi ogni minuto. Direzione ? Tutta Europa. Dentro ci lavorano più di 650 persone e in questi anni hanno continuato ad assumere. Una bella fetta di economia per una cittadina di 80.000 abitanti.

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Roma, in confronto, è una passeggiata

Se si vuole capire qualcosa delle prossime elezioni amministrative del 5 giugno bisogna andare sul quel ramo del lago di Como. Sì, proprio quello.

Dall’altra parte del lago, sotto il Resegone (sì, proprio quello), c’è il comune di Morterone, che domenica va a votare.

Si è ricandidata per un secondo mandato Antonella Invernizzi.

Non viene da cinque anni semplici semplici. E’ finita sotto processo per abuso edilizio, e poi per peculato, e poi per occultamento di cadavere. Se fosse stata del “Movimento 5 Stelle” sarebbe fuori da un pezzo, altro che Parma. Ha subito anche minacce e le hanno danneggiato l’auto.

Del resto nel 2011 Morterone, alle elezioni, si era spaccata praticamente a metà: la lista “Vivere Monterone” con 53,3% aveva battuto “Rinnovare Monterone” ferma al 46,6%.

Altissima l’affluenza alle urne: 100%.  

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Lui è tornato (se mai se ne fosse andato)

“Lui è tornato” è il Borat del cinema europeo.

Un mezzo capolavoro che andrebbe trasmesso, per vedere l’effetto che fa, su Rai Uno o Canale 5 in prima serata.

Nell’Europa dei nazionalismi benvestiti, del razzismo infiocchettato da buon senso, dell’odio mascherato da provocazione trash, Lui è lì, acquattato dietro la siepe della nostra noncuranza.

Pronto per il prossimo selfie.