Daphne, che gridava nel deserto

All’entrata laterale della chiesa la fila si allunga di prima mattina.

Risse, puttane e sbruffonate. Si sta in coda nel sudore di un caldo africano per uno che amava mescolarsi all’umanità dei bassifondi e poi fissare le luci e le ombre della vita nell’eternità della tela.

Il Giovanni di Caravaggio è lì, testa a terra. Solo.

Solo come un uomo che gridava nel deserto.

Il Monumento dell’Assedio, che sta proprio di fianco alla fila di turisti e di fronte al Palazzo di Giustizia di Valletta, è oscurato da uno di quei cartelloni che si mettono a lavori in corso. Ma di lavori nemmeno l’ombra.

Ogni giorno qualcuno lascia lì davanti qualcosa. Ogni sera qualcuno, in nome del decoro e a favore dell’oblio, toglie tutto.

Ogni giorno qualcuno rimette qualcosa: una candela, un biglietto, un fiore.

E’ una guerra di posizione che si trascina da settimane: da un parte chi vuole dimenticare e andare avanti nei propri affari, e dall’altra chi non si rassegna e vuole verità e giustizia.

Giustizia per Daphne Caruana Galizia, una che raccontava l’altra Malta, quelle delle molte ombre dietro le luci.

Una che, sola, gridava nel deserto.

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