A Bettola

Buio. Di quelli che oggi non si possono spiegare.

E poi raffiche infinite e le urla, disperate.

Silenzio ancora. Un silenzio da gelare in una notte d’estate.

Solo le fiamme alte sotto Monte Duro e niente più.

Poi l’alba e il primo sole.

I soldati che si lavano via il sangue e l’odore di morte nell’acqua del torrente.

Quello che rimane della bellezza leggera di una ragazza di vent’anni è un pezzo del vestito a pois nella cenere.

La cenere di 32 corpi, uomini donne e bambini, che la premeditata e spietata violenza nazifascista ha lasciato dietro di sè qui, nella notte di San Giovanni.

Per l’eccidio della Bettola nessuno pagherà. I nomi dei responsabili per decenni sono rimasti chiusi, insieme a molti altri, in uno sgabuzzino polveroso dentro un armadio romano con le ante rivolte al muro.

Tutto questo è successo lontano nel tempo e vicino nello spazio. Ma succede ancora, vicino nel tempo e lontano nello spazio.

A noi la responsabilità concreta che non succeda più.

Per noi stessi, per quelli che verranno e per quelli che ci hanno preceduto.

Per Maria, Zelindo, Gianni, Ettore, Laura, Argentina, Bruno, Franca, Franco, Giuseppe, Emma, Itala, Gino, Wilma, Walter, Alfreda, Pietro, Francesco, Emma, Eurosia, Igino, Abramo, Eva, Giovanni, Felicita, Ligorio, Marianna, Tito, Bruno, Emore, Basilio, Pierino, Enrico, Guerrino e Pasquino.

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